sabato 17 febbraio 2024

Cesare Peverelli

   francesco Rositani - Pittore – Opere – Quadri – Quotazioni – Ottone Rosai - Casa Museo – Francesco – Cristina  - Alberto Salietti - 

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Incursione 1971

                                            

Insetto (1955) 


Nacque a Milano il 30 maggio 1922 da Cesare e Maria Cepparo, ultimo di sette figli. Frequentò il ginnasio a Torino ma a causa della tubercolosi interruppe gli studi. Rientrato a Milano nel 1938, nel 1939 studiò presso Aldo Carpi e all’Accademia di Brera fu allievo di Achille Funi e Carlo Carrà. Attraverso Ennio Morlotti entrò in contatto con il gruppo di Corrente, preferendo però all’accensione cromatica del neo-cubismo il tonalismo di Giorgio Morandi, come testimoniano le prime nature morte realizzate nel 1941 (coll. priv., ripr. in Gualdoni et al., 1996, p. 21) con i proventi del premio Jucker. Nello stesso anno Paolo Grassi, fondatore del gruppo di teatro sperimentale Palcoscenico e direttore della sala Sammartini di palazzo Serbelloni, gli affidò le scene per lo spettacolo Il cammino di Beniamino Joppolo diretto da Giorgio Strehler. D’impianto cubista era invece la natura morta inviata nel 1942 al IV Premio Bergamo, dove Peverelli conobbe Renato Guttuso, che lo ospitò a Roma. Tornato a Milano, realizzò otto tempere (Composizione, 1943, Milano, coll. Magliano, ripr. in Russoli et al., 1972, figg. 8-9) ispirate al dipinto di Pablo Picasso Guernica (1937) che, presentate nel 1944 alla galleria del Milione, preannunziarono il suo coinvolgimento nella Resistenza. Nel 1944 fu ricoverato in sanatorio a Clusone (1944). Nel 1945 partecipò alla Mostra della Liberazione di Milano e Genova con un dipinto sui Disastri della guerra (E. Tadini, P. pittore curioso, in Settimo giorno, Milano, 24 apr. 1958, p. 51) memore di Francisco Goya; nello stesso anno prese parte all’occupazione insieme al Fronte della gioventù della casa dell’Opera nazionale Balilla a Milano. Si legò quindi alla rivista Argine Numero e fu nel 1946 tra i firmatari del manifesto Oltre Guernica, nonostante gli interessi per la psicoanalisi e per il lavoro di Marcel Duchamp (conosciuto attraverso Corrado Cagli) maturassero in lui una presa di distanza dal cubo-realismo. Nel 1947, alla mostra Arte italiana d’oggi. Premio Torino, ottenne il premio Grosso con La madre (1946, Milano, Casa Museo Boschi-Di Stefano), conobbe Cesare Pavese e iniziò a collaborare con la casa editrice Einaudi, realizzando le acqueforti per La vita di Cola di Rienzo di Anonimo romano (dieci rami incisi all’acquaforte, s.a., Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi) e la copertina de La nausea di Jean Paul Sartre (1948).

Alla ricerca di una pittura engagé ma non succube di ideologie, fu tra i fondatori nel 1946 della rivista Numero Pittura (La piccola Brera, nn. 2-3, ripr. in Gualdoni, 2002, pp. 99 s.) e con Roberto Crippa aprì la galleria Pittura, dove nel 1949 tenne una personale accompagnata da una poesia di Aimé Césaire tradotta da Salvatore Quasimodo. La lettura di Freud e lo studio dell’etnologia lo avvicinarono alla poetica surrealista nel suo versante biomorfo e di automatismo psichico, che però non trovò espressione pittorica compiuta né alla XXIV Biennale di Venezia del 1948 (Ritratto, 1943, Natura morta, Paesaggio, 1948) né nell’edizione del 1950 dove, sulla scorta di Wols, Peverelli tentò suggestioni organiche (Abbraccio), in lui suffragate dalla prima personale europea di Jackson Pollock al Museo Correr di Venezia (Dripping, 1950, coll. priv., ripr. in Il movimento spaziale, 1999, p. 54). L’approdo all’Informale fu ratificato dalla sottoscrizione del IV, V e VI Manifesto del movimento spaziale (1951-52), dalla conferenza Realtà non realtà da lui tenuta nel 1952 alla galleria del Cavallino di Venezia (pubbl. con il titolo Silenzio e critica, in Minosse, IV, [1952], 32, s.p.) e dalla partecipazione alla prima collettiva di arte spaziale alla galleria del Naviglio con opere gestuali e polimateriche caratterizzate da un segno vigoroso che guardava a Georges Mathieu (La conquista spaziale, 1951, ripr. in Il movimento spaziale, 1999, p. 52; Polimaterico, Milano, Casa Museo Boschi-Di Stefano). L’adesione allo spazialismo corrispose al rifiuto di ogni idea di bella pittura, traghettando l’artista nell’alveo surrealista e nucleare, di cui si sarebbe fatto propugnatore Arturo Schwarz. Data infatti al 1953 la mostra di arte surrealista da lui organizzata con il gallerista Alexandre Jolas presso l’Associazione Amici della Francia a Milano. Dal sodalizio con Crippa e Gianni Dova scaturì la partecipazione alla X Triennale di Milano del 1954 (si ricordano: tessuto stampato; piatto e vaso in rame; bozzetto per cancello in ferro disegnato con Guido Somaré) incentrata sulla collaborazione tra avanguardia e artigianato come l’edizione del 1957, dove l’artista espose una spilla nella Mostra del gioiello allestita da Arnaldo e Giò Pomodoro nell’ambito di questa stessa manifestazione.

I segni automatici della sua pittura si organizzarono in un microcosmo dilatato, come testimoniano i dipinti Insetto (1954, Milano, Casa Museo Boschi-Di Stefano) e Laggiù nel sole con frigidi fili… (Milano, coll. priv., ripr. in Gualdoni et al., 1996, p. 54), improntando la personale del 1954 alla galleria del Naviglio, in cui l’omaggio a Dylan Thomas anticipava una ricerca visionaria intrisa di sollecitazioni letterarie e musicali. Interessi del resto condivisi dall’ambiente familiare dell’artista: dalla passione paterna per la lirica alla carriera della cugina Luciana Peverelli nella narrativa sentimentale. Seguendo i suggerimenti di Marx Ernst e Victor Brauner, approfondì l’esercizio dell’immaginazione, trasformando i suoi insetti in veri e propri personaggi in Maintenant nous jouons avec (1957, Parigi, coll. Laplatre, ripr. in Russoli et al., 1972, fig. 21), dipinto ispirato al cinema di Charlie Chaplin e Jean Clair e presentato nel 1957 alla galleria du Dragon di Max Clarac-Sérou a Parigi. La personale coincise con il trasferimento dell’artista nella capitale francese, dove avviò, con i Salon de Mai – rassegna annuale creata nel 1945 dall’omonimo gruppo artistico francese – un’intensa attività espositiva internazionale e iniziò una collaborazione editoriale con i maggiori scrittori francesi.

Nel clima del nouveau roman intuì una narratività possibile attraverso l’enucleazione di temi in cicli compiuti di opere, che ritornano anche a distanza di tempo mescolandosi tra loro. Nella casa di Édouard Glissant a Montmartre nacquero nel 1958 i cicli pittorici La città (Parigi, coll. Kaplan, ripr. in Russoli et al., 1972, fig. 23) e Coppia sulla città (coll. priv., ripr. ibid., fig. 26). Il 1959 vide l’uscita della prima monografia sull’artista firmata da Emilio Tadini e Jean Selz e la partecipazione all’VIII Quadriennale nazionale d’arte di Roma (1959) nonché alla collettiva The new generation in Italian art, curata da Francesco Arcangeli, Giulio Carlo Argan e Marco Valsecchi alla galleria Odyssia di Roma (1960). In entrambe Peverelli espose opere del ciclo Coscienza della storia-nascita, caratterizzate dall’accostamento di più immagini sulla medesima superficie. Questa ricerca fu sviluppata nelle otto tele di La dimora, concepite come una sorta di work in progress, che nel 1960 andò a comporre la sala personale dell’artista presentata da Alain Jouffroy alla XXX Biennale di Venezia (1960), per poi combinarsi insieme nel dipinto La grande dimora (Torino, Galleria d’arte moderna). Contemporaneamente, Enrico Crispolti, Roberto Sanesi, Tadini e Arcangeli includevano Peverelli in collettive volte a tratteggiare una pittura di nuovo racconto esistenziale (Possibilità di relazione, galleria L’Attico, Roma 1960; Nuove prospettive della pittura italiana, Palazzo di Re Enzo, Bologna 1962 e Alternative attuali, Castello Spagnolo, L’Aquila 1962).

Grazie a Patrick Waldberg nel 1963 iniziò a soggiornare a Seillans (Provenza-Alpi-Costa Azzurra), dove si erano stabiliti anche Dorothea Tanning e Max Ernst. Da qui la frequentazione di Tristan Tzara e la presenza nella collettiva Surrealismus. Phantastische Malerei der Gegenwart alla Künstlerhaus di Vienna (1962) o la collaborazione al volume Variations sur l’imaginaire (Paris 1972) con una litografia. Dopo il ciclo Gabbiani (ripr. in Russoli et. al., 1972, figg. 38-42), nato nel soggiorno in Bretagna del 1960 e incentrato sul tema della sospensione, fu la volta di Paradisier (Varese, Castello di Masnago) concepito a Panarea nel 1962 e ispirato al cerimoniale amoroso degli uccelli del paradiso. Palcoscenici metafisici tra realtà e sogno, i dipinti Le stanze (1962, ripr. in Russoli et al., 1972, fig. 46) e i Labirinti (1963-64, ripr. ibid., fig. 59) ispirarono le incisioni per il poema di Raffaele Carrieri Le stanze oscure (Milano 1965), frutto della collaborazione con lo stampatore Giorgio Upiglio, analogamente a Guardare vedere (1964, nove tavole incise ad acquaforte, acquatinta, puntasecca, bulino) e Petite suite en blanc majeur (1966, nove tavole incise ad acquaforte e bulino). Paesaggi dell’anima insieme delicati e dannati sono anche le opere del ciclo Crisalidi dai filamentosi grafismi (1964-69, Milano, Museo della Permanente), che rappresentarono l’artista alla IX Quadriennale di Roma del 1965. Due dipinti-cardine per la sua ricerca matura apparvero nella mostra Pittura a Milano dal 1945 al 1964 organizzata da Raffaele De Grada in Palazzo Reale nel 1964: Le radeau de la Méduse (1963, coll. priv., ripr. in Russoli et al., 1972, fig. 57), d’après il noto dipinto di Theodore Géricault, e una prima idea per L’atelier (1963), che annunciava il recupero di una figurazione consapevole della dimensione storica della modernità. 

Nel 1965 espose all’VIII Biennale di San Paolo del Brasile e soggiornò a New York, dove avviò il ciclo Campo di vetro (ripr. in Russoli et al., 1972, figg. 82-85), cui seguirono gli imbuti prospettici dei Campi di canne (ripr. ibid., figg. 89-92) ispirati alla natura di Cuba, visitata dall’artista nel 1966. Datano al 1967 la cartella di litografie Promenoir du ciel (Milano 1967) con un testo di Waldberg e il testo Les arts primitifs per il catalogo della mostra Arts primitifs dans les ateliers d’artistes al Musée de l’homme di Parigi. La personale a La Nuova Pesa di Roma del 1968 fu presentata, tra gli altri, da un testo di Jean Laude tratto da Les plages de Thulé, a sottolineare l’emergere dalla sua pittura di tenebra di un disegno di luce memore di Tintoretto.

Nel 1969 soggiornò a Torri del Benaco (Verona) e nella fonderia di Miguel Ortiz Berrocal a Verona realizzò sette sculture in bronzo (coll. priv., ripr. in Russoli et al., 1972, figg. 109-115), che Giovanni Arpino presentò alla galleria Borgogna di Milano, insistendo sulla valenza poetica del ‘gesto’.

Gli studi dall’antico e la pratica della citazione, rispondenti a una ricerca del fantastico nella struttura stessa del linguaggio, sono alla base sia del ciclo Il mio giardino alla Rousseau (1970) dedicato al Doganiere, che chiudeva nel 1972 l’antologica allestita nella sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, sia del dipinto L’incedie du steamer Austria esposto da Giuseppe Gastaldelli a Milano nel 1973, ispirato all’omonimo quadro di Jean-Baptiste Isabey. Intercettarono tale ricerca le collettive D’après: omaggi e dissacrazioni nell’arte contemporanea, che si aprì a Lugano nel 1971 (Le radeau de la Méduse) e Omaggio all’Ariosto ospitata nel 1974 in Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove Peverelli espose Hommage à Cranach (1973): reinterpretazione della Venere del Louvre. Se le opere tratte dai cicli Nascita e Storia a due tempi, esposte nella sezione ‘Nuove ricerche d’immagine’ della X Quadriennale di Roma (1975), sviluppavano gli intendimenti narrativi di Peverelli, L’atelier de l’artiste (1964-65) riproponeva il tema courbetiano componendo i motivi iconografici di venti anni di lavoro in un’unica composizione spaziale, attorno alla quale costruì la personale del 1976 al Musée d’art moderne de la Ville de Paris. Il catalogo, che comprendeva testi di Italo Calvino e Jean Louis Lassaigne e un’intervista all’artista di Paul Restany, esplicitava l’intenso dialogo intessuto da Peverelli con la letteratura.

Con lo scrittore Michel Butor Peverelli ebbe un lungo sodalizio: dal volume ‘a quattro mani’ Répertoire 1 (Paris 1972) alle illustrazioni per Les sept femmes de Gilbert le Mauvais: autreheptaèdre (Paris 1972) o alle dodici acqueforti e i quaranta disegni di Le rêve de l’ombre (Paris 1976), i disegni preparatori delle quali figurarono nel 1976 alla parigina galleria Lucie Weill; dalle illustrazioni per l’opera in tre atti di René Koering Elseneur (su libretto di Butor, Paris 1980) alle incisioni di L’office des mouettes pubblicato dalla galleria Editart D. Blanco di Ginevra nel 1984 in occasione di una mostra a due, Butor-Peverelli. Nel ciclo Salomè (1977-88, Pau, Musée des beaux-arts), Peverelli arrivò a mettere in scena una vera e propria historia illustrata moltiplicando i punti focali (La dureé, débat Peverelli-Dufour, in Terzoocchio, IV (1978), 10, pp. 13-15). Trasformò la danzatrice bizantina di Oscar Wilde e quella sacrilega di Richard Strauss in una lunare mantide e il dramma biblico in un sogno di perlacee trasparenze, esponendo il corpus dei disegni preparatori alla milanese galleria Annunziata nel 1979 insieme a un testo esplicativo dell’iconografia religiosa sottesa dall’opera (il ciclo fu esposto nella sua interezza al Musée des beaux-arts di Pau nel 1996 corredato in catalogo dalla corrispondenza tra Butor e Peverelli).

Incentrati, specificamente, sul tema della cerimonia sacra furono i Rituali (1979-80), debitori della pittura di Pieter Jansz Saenredam, sui quali scrissero Jean-Luc Chalumeau e Laude (Bologna 1980). I quattro polittici dipinti a tecnica mista su tela de Le ore e le stagioni (1982, ripr. in Cescon, 2001, fig. 15) traevano invece ispirazione narrativa dal variare della luce delle Cattedrali di Rouen di Claude Monet, con la differenza che quelli dipinti da Peverelli erano paesaggi d’invenzione. Raccontano il mondo affettivo e intellettuale di Peverelli i ritratti (da Luigi Nono a Giuseppe Sinopoli, da François e di Noëlle Châtelet a Thalie Frugès) realizzati a partire da fotografie proiettate, che egli espose con l’aiuto di F. Passoni nel 1984 al Circolo della stampa di Milano corredati in catalogo da una riflessione su Paul Valéry e Arnold Schönberg. Già autore delle litografie per la riproposizione in lingua moderna della leggenda del Tristan et Iseut curata da Pierre Dalle Nogare (Parigi 1977), nel 1985 realizzò sul medesimo tema venti dipinti in omaggio a Denis de Rougemont, che presentò alla galleria du Bation di Ginevra, quindi le acqueforti per il poema di Laude État de veille (Paris 1988).

Negli anni Novanta si dedicò al disegno e alla ceramica, realizzando un corpus di opere (Raito, Museo della ceramica vietrense) presso l’Établissements Céramique La Cigale di Michel Ribero, che espose nel 1993 al Musée de la Ceramique di Vallauris Golfe-Juan. L’unico nuovo ciclo fu Arianna abbandonata (1993: ripr. in Gualdoni, 1999, p. 33), che confermava il ruolo centrale giocato dalla riflessione sulla pittura del passato. Dopo aver partecipato alla mostra The artist and the book in twentieth-century Italy al Museum of Modern Art di New York (1993), nel 1996 inaugurò la seconda antologica in Palazzo Reale curata da Flaminio Gualdoni che, in qualità di direttore della sala Veratti dei Musei civici di Varese, organizzò nel 1997 la personale Ritratti e altri disegni volta a indagare il dietro le quinte della sua pittura.

Morì a Parigi il 13 marzo 2000.





domenica 4 febbraio 2024

Piero Marussig

  francesco Rositani - Pittore – Opere – Quadri – Quotazioni – Ottone Rosai - Casa Museo – Francesco – Cristina  - Alberto Salietti - 

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paese
                                                                paese


                                        attracco


Nacque a Trieste il 16 maggio 1879 da Pietro e da Erminia Dissopra, penultimo di cinque figli, in una famiglia di agiati commercianti, gestori di un emporio di abiti confezionati. Il padre era inoltre un attento collezionista di oggetti d’arte; e il nonno paterno, Piero, un pittore dilettante.

Nell’ambiente romantico e d’impronta letteraria della Trieste di fine secolo, crocevia culturale ed economico verso l’Europa, a partire dal 1887 il M. apprese i primi fondamenti della pittura sotto la guida di E. Scomparini, insegnante di disegno e arti decorative alla scuola industriale della città e attivo pittore e decoratore a Treviso.

La prima produzione artistica del M. è incentrata su ritratti e autoritratti, tra i quali il Ritratto della sorella minore Eugenia (1898), la cui forza psicologica è esaltata dalla semplificazione e dalla resa plastico-luminosa dei piani (collezione privata: P. M...., 2006, p. 96).

Tra il 1899 e il 1901 il M. viaggiò per l’Europa fermandosi alcuni mesi a Vienna e poi a Monaco, dove frequentò l’Accademia fino alla primavera del 1901.

Aderì alla Secessione, stringendo anche un legame di amicizia con uno dei suoi promotori, F. von Uhde, ed entrò in contatto con M. Liebermann, L. Corinth, G. Klimt e F. von Stuck. La conoscenza dei pittori più rappresentativi dell’epoca fu determinante nel fornire al M. una pluralità di stimoli innovativi; tornato a Trieste, approfondì ed elaborò le esperienze vissute stemperando i toni cupi e gravi dello Jugendstil nell’intimismo sintetico dei Nabis, corrente migrata nella cultura monacense dell’epoca (P. M.…, 1986, p. 17).

Nel 1903 sposò Rina Drenik e con lei si stabilì a Roma fino al 1905. A Roma ebbe modo di frequentare gli ambienti divisionisti, di studiare la pittura classica, dimostrando un’autentica predilezione per Tiziano, e di dare avvio, a suo dire, alla propria attività espositiva (P. M.…, 2006, p. 14). Sempre nel 1905 soggiornò brevemente a Venezia (P. M.…, 1986, p. 18) e, in estate, si recò a Parigi, dove rimase per gran parte dell’anno successivo.

Nella capitale francese poté confrontarsi con artisti quali, tra gli altri, P. Cézanne, V. van Gogh, P. Gauguin, G. Seurat e M. Denis ed ebbe probabilmente contatti diretti con H. Matisse (P. M.…, 1972, p. 21). Elaborò allora, attraverso l’apprendimento delle modalità pittoriche dei maestri d’Oltralpe, una propria personale interpretazione del postimpressionismo.

Tornato a Trieste nel 1906, acquistò una vecchia villa padronale con giardino sulla collina di Chiadino.

La villa divenne luogo di ritrovo per parenti e amici, ma, soprattutto, il rifugio in cui isolarsi a meditare e praticare assiduamente la pittura en plein air. Il giardino, infatti, il panorama verso le colline di Muggia e quello dalla terrazza verso la città, furono per il M., nel corso degli anni, fonte d’ispirazione per molti dipinti.


Nel 1906 partecipò a Milano alla mostra organizzata in occasione dell’inaugurazione del traforo del Sempione.

Tra il 1907 e il 1908, terminato il periodo dei viaggi formativi, si dedicò intensamente alla pittura e, sporadicamente, anche all’incisione, mettendo a punto un linguaggio personale di ampio respiro europeo e, allo stesso tempo, intimista e intellettuale, che, in particolar modo nelle figure in atteggiamento rilassato o pensoso, fonde luce e colori postimpressionisti contornati da linee costruttive e nervose di ascendenza secessionista. Con l’inizio degli anni Dieci diviene più ricorrente l’utilizzazione del colore di matrice espressionista.

Nel 1913 partecipò alla II Esposizione nazionale d’arte di Napoli, nella duplice veste di artista e di organizzatore della sala triestina; nel 1914 tenne la propria prima personale alla galleria Cassirer a Berlino.

Scarse sono le notizie relative agli anni della guerra, trascorsi probabilmente dal M. nella sua villa di Trieste, anche se alcune fonti biografiche informano che subì l’internamento in un campo di concentramento (P. M.…, 2006, pp. 18, 235).

Nel 1919, oltre a partecipare alla Quadriennale di Torino, presentò in autunno una mostra antologica alla galleria Vinciana di Milano, dove le ottime recensioni lo spinsero a trasferirsi; lì conobbe e divenne amico di Margherita Grassini Sarfatti e frequentatore assiduo del suo salotto.

Dopo il periodo di isolamento artistico, il M. trovò a Milano un ambiente consono allo sviluppo della sua ricerca pittorica. Divenne amico anche dei molti artisti che avevano esposto con lui, tra i quali C. Carrà, M. Sironi, A. Funi, F. Messina, L. Dudreville e A. Bucci. A Milano erano gli anni dei Valori plastici; e i fondamenti della pittura del M. si svilupparono in una ricerca volta alla plasticità delle figure e all’intensificazione delle ombre. Il suo linguaggio abbandonò i linearismi secessionisti e la frantumazione divisionista per divenire più solido; le figure e gli oggetti, trattati allo stesso modo, si ingrandiscono e perdono di anedotticità acquistando una monumentalità scultorea. In spazi costruiti su geometrie diagonali, dai colori smorzati, tutto appare organizzato in volumetrie schiacciate. È azzerata la gerarchia tra spazio, oggetti e figure e la psicologia di queste ultime non viene più resa con il dettaglio ma con linee e colori che trovano eco negli elementi intorno a esse. Abbandonate dunque le reminiscenze espressioniste, il M. si orientò verso un codice linguistico più strutturato e classico, rafforzato, durante la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1920, dal contatto con alcune opere di Cézanne.

Nello stesso anno il M. partecipò alla mostra organizzata per l’apertura della galleria d’arte diretta da M. Buggelli, insieme con altri artisti tra cui Bucci, Dudreville, Funi, Sironi, A. Martini, Carrà, G. De Chirico, L. Russolo e G. Zanini. L’anno successivo fu presente alla I Biennale romana al palazzo delle Esposizioni con un Vaso di fiori e una Fanciulla che legge (Milano, Galleria civica d’arte moderna). Nel 1922 il M. partecipò nuovamente alla Biennale di Venezia (alle cui successive edizioni espose regolarmente fino al 1936) e intensificò i suoi rapporti con gli artisti milanesi prendendo parte a quella che fu, di fatto, la mostra preambolo al movimento Novecento: la collettiva «VIII Catalogo d’arte» tenutasi alla Bottega di poesia a Milano. Con Bucci, Dudreville, Funi, U. Oppi, E. Malerba, Sironi e Margherita Sarfatti il M. si incontrò regolarmente alla galleria Pesaro allo scopo di fondare un movimento rivolto alla ricerca di una moderna classicità e alla sintesi formale. Nel 1922 egli fu dunque tra i protagonisti della prima mostra di Novecento alla galleria Pesaro.

Essi iniziarono a presentare a rotazione un quadro nella vetrina della galleria impegnandosi a esporre solo insieme o con il parere di tutti gli artisti, anche se, tra il 1923 e il 1926, ci furono alcune defezioni. Nel 1924 il gruppo avrebbe dovuto presentarsi compatto alla Biennale di Venezia, ma Oppi abbandonò il movimento perché gli fu offerta una sala personale. I restanti «Sei pittori del Novecento» si presentarono quindi alla kermesse veneziana commentati da Margherita Sarfatti; il M. espose quattro dipinti tra cui Autunno (Rovereto, Museo d’arte moderna e contemporanea), che rivela una riflessione allegorico-poetica e melanconica sulla natura e la vita umana. Il movimento non ottenne, però, il successo sperato; Bucci, Dudreville e Malerba si dimisero e il gruppo si sciolse per ricostituirsi l’anno seguente con il M. nel comitato direttivo insieme con Margherita Sarfatti. Al nuovo gruppo aderirono Funi, A. Salietti, Sironi, A. Tosi e A. Wildt. L’idea di Margherita Sarfatti e di Funi era di mantenere l’unitarietà del gruppo; tale posizione, che implicava la chiusura verso altri artisti, era appoggiata dal M., ma avversata da Dudreville e da Bucci che, per protesta, si dissociarono durante l’inaugurazione della mostra alla galleria Pesaro del 1926, dove presentarono invece le loro opere con il M., Funi, Sironi, Oppi e Malerba. Per tali divergenze Dudreville definì il M. un «bordone di controcanto», asserendo che si appoggiava a Margherita Sarfatti poiché privo di ambizione (P. M.…, 2006, p. 93).

In effetti il M., fin dagli esordi di Novecento, discostandosi dalla politica imperante, non aderì all’estetica adottata dal fascismo e, conseguentemente, fu escluso dal sistema dei premi e delle esposizioni di regime. In un primo tempo fece parte degli artisti raccomandati da Margherita Sarfatti al senatore F. Gussoni perché fossero da lui stipendiati e partecipò alle esposizioni nella galleria Gussoni aperta dal senatore in via della Croce rossa (divenuta poi galleria Milano); ma alla morte di questo il M., essendo antifascista dichiarato, fu esonerato dall’incarico di fornire mensilmente uno o due quadri dietro compenso.

Di fatto, il M., estremamente colto e raffinato, pur aderendo all’aspetto umanista con il quale il movimento si presentò al pubblico, non accettò neppure la retorica presente nelle proposizioni di Novecento e, nonostante avesse abbandonato in questi anni il tema del paesaggio per dedicarsi alle figure e alle nature morte (soggetti consoni alle indagini del gruppo), il suo discorso artistico conservò una spiccata autonomia, in cui sia i solidi volumi nitidamente definiti e organizzati all’interno di spazi dai piani inclinati sia le figure, che pure grandeggiavano in composizioni dal taglio ristretto, riacquistarono, già dal 1925, una dimensione pittoricistica e, verso la fine del decennio, una colorazione più brillante rispetto ai toni spenti prediletti dai protagonisti del movimento. I dipinti Igea (1924) e Bagnante (1925), entrambi in collezione privata (P. M.…, 2006, pp. 156, 160), sono esempi di figure afferenti al pieno stile monumentale di Novecento, ma riconducibili a uno dei molteplici percorsi del Marussig. Egli, infatti, non coinvolto nelle commissioni pubbliche, non indagò la tecnica dell’affresco sul quale Sironi invitava gli artisti a cimentarsi e continuò invece i suoi studi approfonditi sui problemi interni alla pittura da cavalletto, mantenendo una naturalezza e una libertà d’espressione che spesso difettò agli altri artisti di Novecento. La Venere addormentata del 1926 (collezione privata: P. M.…, 1980, n. 19), per esempio, rivela le meditazioni del M. su analoghe composizioni venete di Giorgione (Giorgio da Castelfranco) e, soprattutto, di Tiziano.

Il M., forse anche per il suo carattere schivo, non fu figura di spicco all’interno del gruppo e restò estraneo alle polemiche che sorsero in seno al movimento verso la fine del decennio, proprio quando si manifestò in lui un rinnovato interesse per il paesaggio, che coincise con i suoi soggiorni sui laghi lombardi, a partire dal 1928, e in Liguria.

Dal 1929 il M. trascorse lunghi mesi a Sturla, sulla costa ligure, in compagnia di Messina, uno dei suoi amici più intimi. Il lago di Iseo (1932: Milano, Galleria civica d’arte moderna) mostra il nuovo indagare delle pennellate libere su oggetti dai forti contorni. Scioltezza pittorica e temi femminili tornarono inoltre ad animare ricerche cominciate durante il periodo triestino.

Nel 1930, con lo scultore T. Borlotti e con Funi, creò una scuola d’arte aperta a tutti e basata, come le antiche botteghe, sui principî della pratica artistica. Dopo questa data il M., seppure meno coinvolto nel sistema espositivo pubblico, continuò a essere presente alle mostre di Novecento, in Italia e all’estero, e a frequentare gli amici più cari come Tosi, Salietti e Messina, ma anche M. Reggiani, Funi e Sironi. Nel 1931, nonostante Margherita Sarfatti fosse nella commissione della I Quadriennale romana, il M. non venne invitato. Partecipò alla XVIII Biennale di Venezia nel 1932 e, nel 1935, furono esposte tre sue opere alla Quadriennale di Roma.

Alla XX Biennale veneziana del 1936 espose Natura morta con fichi e La lettrice (entrambe nelle Civiche Raccolte di Milano). La lettrice, come altre sue figure in interno, anticipò quella pittura sviluppatasi dopo la morte del M. in seno a Corrente (movimento che lo omaggiò inserendo ben quattro opere nella collettiva del gruppo alla Permanente milanese del 1939).

L’amico Reggiani fu il tramite per nuove indagini sull’astrattismo nel contesto della galleria Il milione: il M. partecipò infatti alla mostra «Venti firme» del 1937 (dove esposero artisti che indagavano l’astrattismo accanto a quelli che aderivano al Ritorno all’ordine) e alla rassegna di arte moderna a villa Olmo organizzata a Milano da A. Sartoris.

Ammalatosi di cirrosi epatica, il M. morì, dopo una lunga degenza, a Pavia il 13 ott. 1937.

Fonti e Bibl.: P. M.: periodo triestino (catal.), a cura di G. Marussi, Trieste 1972; M. Lorandi, in R. Bossaglia, Il «Novecento italiano»: storia, documenti, iconografia, Milano 1979, pp. 226-229; P. M., a cura di N. Pallini, Milano 1980; P. M.: una raccolta privata, opere dal 1904 al 1937 (catal.), Milano 1984; P. M.: dalla provincia mitteleuropea al Novecento italiano (catal., Iseo-Trento-Trieste), a cura di G. Mascherpa, Milano 1986; G. Mascherpa, M. ritrovato, in Arte, XVI (1986), 166, pp. 48-53; P. Badellino, in Realismo magico. Pittura e scultura in Italia: 1919-1925 (catal., Verona-Milano), a cura di M. Fagiolo dell’Arco, Milano 1988, p. 307; P. M.: 1879-1937 (catal.), a cura di F. Rea, Bergamo 1988; P. M. inedito. 200 disegni (catal.), a cura di S. Zatti, Pavia 1988; F. Dogana, in La pittura in Italia. Il Novecento/1, II, Milano 1992, p. 962; Il «Novecento milanese». Da Sironi ad Arturo Martini (catal.), a cura di E. Pontiggia - N. Colombo - C. Gian Ferrari, Milano 2003, pp. 118-123, 308 s.; E. Pontiggia, Il Novecento italiano, Milano 2003, p. 122; P. M. (1879-1937). Catalogo generale, a cura di N. Colombo - C. Gian Ferrari - E. Pontiggia, Cinisello Balsamo 2006 (con ampia bibl.); N. Cobolli Gigli, P. M.: un aristocratico dello spirito. Storia di un pittore ombroso, che trovò la luce nelle visioni domestiche…, in Arte, XXXVII (2007), 401, pp. 160-162; U. Thieme - F. Becker, Künstlerlexikon, XXIV, p. 188; L. Servolini, Diz. illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano 1955, p. 504.







venerdì 15 dicembre 2023

Marcello Morandini

   francesco Rositani - Pittore – Opere – Quadri – Quotazioni – Ottone Rosai - Casa Museo – Francesco – Cristina  - Alberto Salietti - 

http://www.brundarte.it/2019/12/06/picasso-lodola-mostra-arte-moderna-contemporanea-brindisi/

Installazione domestica

473-2005


Marcello Morandini nasce a Mantova il 15 maggio 1940. Si trasferisce a Varese nel 1947. Frequenta la Scuola d’Arte di Brera a Milano, città dove lavora anche come aiuto designer per un’industria e come grafico per uno studio professionale. Sono del 1962 i primi disegni legati alla sua ricerca artistica. Nel 1964 inizia le prime opere tridimensionali, esposte nella sua prima mostra personale a Genova nel 1965, curata da Germano Celant. Nel 1967 inizia le prime esposizioni più impegnative a Milano, Francoforte e Colonia. Nello stesso anno è invitato alla “IX Biennale” di San Paolo in Brasile. Nel 1968 è invitato con una sala personale nel padiglione italiano, alla “XXXIV Biennale Internazionale d’arte” di Venezia.
Nel 1969 è invitato a rappresentare l’arte italiana a Bruxelles, nell’ambito delle manifestazioni di “Europalia”. Nel 1970 inizia una collaborazione con il gallerista Carl Laszlo di Basilea; con lui nasce l’importante esposizione del 1972 alla Kestnergesellschaft di Hannover. Nel 1974 realizza il progetto di una piazza del diametro di 30 metri, per il centro commerciale INA di Varese. Nel 1977 è invitato a “documenta 6” di Kassel. Organizza presso i Musei Civici di Varese il secondo “Simposio Internazionale di studi di arte costruttiva” con H. Heinz Holz. Nel 1978 allestisce altre sei sue esposizioni personali in musei in Italia, Austria, Svezia e Germania. Nel 1979 ha la prima delle tre esposizioni personali a lui dedicate dal Wilhelm-Hack-Museum di Ludwigshafen, le altre due seguiranno nel 1994 e nel 2005.
Nei primi anni ottanta inizia una lunga collaborazione con gli studi di architettura Mario Miraglia di Varese e Ong & Ong di Singapore, dove rimane lunghi periodi, per alcuni importanti progetti di architettura, come il Goldhill Center di 38 piani. Nel 1982 è invitato con Attilio Marcolli a “documenta urbana” a Kassel e nello stesso anno riceve una borsa di studio dal DAAD, per un soggiorno di tre mesi a Berlino. Nel 1984 realizza la sua prima esposizione di arte e design al Museo della Ceramica a Cerro di Laveno, Varese. Nello stesso anno è invitato in Giappone; iniziano in questo periodo contatti personali con studi di architettura, visite in alcune università ed esposizioni in diversi musei, curate dall’editore e gallerista Masaomi Unagami di Tokyo. Sempre nel 1984 progetta in Germania la facciata di 220 metri della fabbrica di porcellane Thomas a Speichersdorf. Nel 1985 organizza tre importanti esposizioni, la prima all’Axis Gallery di Tokyo, poi una retrospettiva al Museo di Bochum e una a Verona, al Museo di Castelvecchio. Nel 1986-1987 continua la sua attività espositiva nei musei di Darmstadt, Düsseldorf, Mannheim, Helsinki. Il 1987 è anche un periodo di grande collaborazione con la società Rosenthal di Selb per la quale studia la facciata di 64 metri del nuovo edificio amministrativo. Nel 1988 Peter Volkwein, direttore del Museo di Ingolstadt, gli commissiona il progetto di una scultura di 40 metri, come simbolo esterno del museo. Nel 1991 trascorre un lungo periodo a Kuala Lumpur, in Malaysia, per progettare l’architettura di un edificio commerciale di 34 piani. Nel 1993 ha la prima importante mostra antologica abbinata di arte e design al Museo Die Neue Sammlung di Monaco che esporrà l’anno successivo a Lisbona al Palacio Galveias per “Lisbona capitale europea della cultura”. Dal 1994 è membro della giuria del Design Center di Essen. Nello stesso anno assume l’incarico di presidente del Museo Internazionale di Design Ceramico a Cerro di Laveno, Varese, incarico che manterrà per tre anni. Dal 1995 al 1997 è docente di arte e design all’Accademia estiva di Salisburgo. Dal 1997 al 2001 è visiting professor all’Écal di Losanna. Nel 1998 nasce sua figlia Maria Enza, da allora concentra maggiormente il suo lavoro a Varese, città che nel 2000 gli dedica un’importante retrospettiva nel suo museo e un catalogo edito da Charta, Milano. Nel 2000 inizia una collaborazione con “Abitare Baleri” di Bergamo, studiando una collezione di mobili per la casa. Nel 2003 è docente all’Accademia di Brera di Milano. In Svizzera tiene lezioni alla scuola superiore orologiera HEAA di La Chaux-De-Fonds. Dirige la Sommerakademie a Plauen per il risanamento del parco Martin Lutero. A partire dallo stesso anno è presidente dell’Associazione Liberi Artisti della Provincia di Varese. Nel 2004 è coordinatore del progetto “Vivere Venezia 3” all’Università IUAV di Venezia. Su commissione del Wilhelm-Hack-Museum, progetta una grande scultura di 10 metri per la piazza adiacente al museo. Viene eletto membro onorario del Royal Designer for Industry di Londra. Nel 2005 allestisce in Germania un’importante esposizione antologica di arte e design, all’Europäisches Industriemuseum di Plößberg e al Fürstenberg Museum. Inaugura con una sua mostra personale il nuovo Ritter Museum a Waldenbuch. Nello stesso periodo inaugura il suo progetto per piazza Montegrappa a Varese. Nel 2007 progetta l’architettura del centro culturale “Das kleine Museum” a Weissenstadt in Germania. Nel 2008, concomitante alla Biennale di Architettura, il Museo Ca’ Pesaro di Venezia allestisce una sua importante esposizione, che sarà poi integrata ed esposta l’anno successivo al Neues Museum di Nürnberg.
Nel 2010 si inaugura una sua scultura di 11 metri, come simbolo dell’Europäisches Industriemuseum di Plößberg, in omaggio a Philip Rosenthal. Fonda a Varese “Artparty” per la cultura sul territorio. Inaugura una sua retrospettiva alla Casa del Mantegna a Mantova.
Nel 2013 partecipa alla Biennale Internazionale di Scultura di Racconigi. Nel 2014 si dedica alla progettazione di due importanti esposizioni personali, al Museo Nazionale di Bayreuth, in Germania e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Nel 2015 partecipa in Germania a tre esposizioni dedicate a tre temi culturali: a München alla galleria Renate Bender con la mostra dal titolo “Black and White”, a Waldenbuch al Museum Ritter “Ein Quadrat ist ein Quadrat” e a Konstanz alla Galerie Geiger per il 40° anniversario della galleria. Poi altre tre esposizioni su temi diversi a Varese al castello di Masnago a Lugano, alla Cortesi Gallery e al Museum of Art di Fukuyama, in Giappone.
Durante l’anno 2016 ha voluto sperimentare la realizzazione di 9 differenti esposizioni personali in gallerie private: in Italia a Venezia, Milano, Bologna e Verona, in Austria a Graz e Vienna, in Germania a Costanza, più la presenza in due mostre personali in fiere d’arte a Verona e a Padova. Durante il 2016 si è concretizzata inoltre la collaborazione con Marco Orler nata da una reciproca stima personale. Queste esposizioni sono state progettate per spazi diversi al di fuori di considerazioni di solo prestigio, ma ognuna importante per conoscere luoghi, modi, valori umani e professionalità differenti.
Il 2017 non avrà una continuità con le gallerie del 2016 ma vedrà il primo importante impegno espositivo con il Museo MA*GA di Gallarate dall’ 11 marzo al 30 luglio dove avrà modo di ufficializzare la sua Fondazione/Museo Marcello Morandini. All’inizio di quest’anno ha realizzato una importante mostra alla Scuola Grande della Misericordia di Venezia; attualmente si occupa della Fondazione Marcello Morandini, nata nel 2016, della ristrutturazione della sua sede in Varese che sarà operativa anche come museo e della realizzazione dell’impegnativo volume autobiografico/catalogo ragionato.



 





















martedì 3 ottobre 2023

Leonardo Lucchi

 

    francesco Rositani - Pittore – Opere – Quadri – Quotazioni – Ottone Rosai - Casa Museo – Francesco – Cristina  - Alberto Salietti - 

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il Guado
 
il Guado 

 

Cesena 9 dicembre 1952

Studia all’Istituto d’Arte per la Ceramica di Faenza e si diploma nel 1970. Negli anni Ottanta è agli inizi della sua carriera e partecipa a diverse edizioni della Biennale Giovani, mentre allestisce le sue prime mostre personali in gallerie locali (Ravenna, Riccione, ecc…).

 

Questo primissimo periodo della carriera artistica di Lucchi vede nascere figure equestri e umane: cavalli “… modellati negli scatti della corsa e nei ripiegamenti del riposo, studiati nell’attimo infinitesimale di un fotogramma…”; “uomini del circo, che continuano nelle loro esibizioni il mito della forza e della destrezza”. E comincia già da ora quella “ricerca che impressiona per l’equilibrio delle masse, il modellato quasi morbido, il chiaro significato di composizioni plastiche…”.

 

Nel 1987 espone alla Galleria Athena di Modena e nel 1988 alla Galleria F. Russo di Roma. Queste personali segnano un nuovo corso nella produzione dell’artista che, sviluppando diversi temi si ripropone già nel 1991 a Roma, sempre alla Galleria F. Russo con una rassegna di opere inedite.

E’ di questo periodo l’incontro col regista Pupi Avati che nei primi mesi del 1989 gira il film “Storia di ragazzi e ragazze”. I due artisti si erano conosciuti a Cesena in occasione della proiezione di un ciclo di film del regista bolognese che afferma: “… avevo intuito in lui capacità non comuni; è nata poi l’amicizia e la collaborazione professionale”.

 

Nelle immagini del film le mani di Lucchi modellano un elefantino che, una volta essiccato e cotto, viene immerso nel bagno galvanico e reso brillante come se fosse una fusione d’argento. Era l’immagine illusoria di una ricchezza che non c’era; un soprammobile tanto di moda a quei tempi, che veniva regalato con beneauguranti auspici a chi si sposava. Nel 1989 un altro importante appuntamento lo attende in estremo oriente: un “Cristo risorto” ed un’imponente Via Crucis sono collocate nella Catholic Church of the Holy Trinity di Singapore, dove trovano posto anche le opere di altri artisti italiani.
La Repubblica di San Marino gli chiede poi di realizzare due monete d’oro a corso legale da uno e due scudi, per commemorare il bicentenario della Rivoluzione Francese.

 

La città di Cesena invece gli commissiona un grande monumento a Don Carlo Baronio, un umile sacerdote che ha significato molto per i poveri di questa città. Il gruppo scultoreo che si compone di cinque figure viene infatti donato alla città dagli stessi ex-allievi del prete cesenate. In seguito diverse altre statue monumentali si collocano a Cesena: ricordiamo il “San Pio da Pietrelcina” presso il convento delle Suore Cappuccine e il “San Giovanni Battista” presso la Chiesa Cattedrale.

 

Nell’estate del 1991 Lucchi è invitato a Londra dall’Accademia delle Arti e delle Arti applicate, la più importante galleria d’esposizione italiana nella capitale inglese: Lucchi vi espone una trentina di opere che riassumono la sua attività artistica degli ultimi anni, un’attività attratta in particolar modo dalla gestualità naturale di delicate figure femminili e dallo studio del movimento in tutte le sue fasi.
Alla fine del 1991 l’esposizione cesenate che inaugura lo spazio ricavato dalla settecentesca ex-Pescheria lo vede protagonista nella sua città.

 

I successivi dieci anni sono un continuo succedersi di esposizioni e riconoscimenti (cfr. elenco mostre personali e collettive in questo sito) tra le quali vale la pena ricordare:

  • “25 Anni di Scultura in Europa” al Castello del Verginese di Ferrara,
  • “Le Forme del Fuoco” Montenapoleone Milano,
  • “L’Anima e le Forme” al Museo Civico Archeologico di Bologna (1997), curate dalla Fonderia Venturi Arte.

 

Nel giugno del 2002 Lucchi inaugura il nuovo studio nel cuore della sua città: un ambiente vasto e luminoso, luogo di lavoro e di esposizione insieme, in cui l’artista continua il rapporto diretto instaurato col suo pubblico da anni: come già avvenuto in passato infatti, l’artista intende offrire un luogo d’incontro e di scambio culturale ed umano accessibile a tutti, nel quale si respiri quell’aria carica di emozioni e sentimenti che è alla base di ogni ispirazione ed espressione artistica.

 

In ottobre espone a Parigi, nella centrale Galerie Sibony, dove riscuote ampio successo di pubblico europeo e d’oltre-oceano e poco dopo, in novembre si svolge a Cesena l’importante antologica “Quiete e movimento nel gioco degli equilibri” presso le antiche sale di Palazzo Romagnoli. E’ una raccolta ampia e significativa di tutto il lavoro di Lucchi degli ultimi vent’anni nella quale si può cogliere e ammirare lo svolgersi di tutti i temi a lui cari e si staglia la sua predilezione per quegli “equilibri mirabili… baricentri impossibili…“, come vengono definiti dal critico d’arte Gustavo Cuccini nell’introduzione alla monografia pubblicata per l’occasione, che infondono stupore e meraviglia nel visitatore.

 

Nel 2003 e 2004 Lucchi realizza diverse opere monumentali tra le quali ricordiamo il Gruppo scultoreo dedicato ai caduti della Seconda Guerra Mondiale, collocato presso il Cimitero di Terni e il monumento a Madre Teresa di Calcutta antistante l’Ospedale di Cesena.

 

Continuano intanto le mostre personali in Francia e in Italia: a Palermo presso Seledi Art Gallery e a Roncofreddo nel Palazzo della Rocca da poco restaurato.

 

A Natale 2004 Lucchi torna a Parigi (Galerie Ariel Sibony) con una nuova personale e nel 2005 espone per la prima volta in Svizzera a St. Gallen e in altre città.

 

E’ presente inoltre, attraverso le gallerie che lo rappresentano in permanenza, alle più importanti fiere dell’arte contemporanea:

 

  • Arte Fiera – Bologna;
  • Expo Arte – Bari;
  • Lineart – Gant (Belgio);
  • Europ’Art – Ginevra (Svizzera) ed altre.

 

Sue opere sono in esposizione permanente presso la Galleria F. Russo di Roma e in Francia presso le Gallerie Sibony di Parigi, Daudet di Toulouse, Raugraff di Nancy, Damon di Poitiers, Cimaise di Besançon e Platini di Annecy.









venerdì 19 maggio 2023

Xante Battaglia

 

    francesco Rositani - Pittore – Opere – Quadri – Quotazioni – Ottone Rosai - Casa Museo – Francesco – Cristina  - Alberto Salietti - 

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Xante Battaglia - 2 Figure


Biografia
Ormai celebre in ambito internazionale per le icone totemiche di donne possenti, portatrici di un messaggio universale, eterno e immutabile, che fecondano tutta la sua produzione pittorica diventandone l’inconfondibile cifra linguistica. I colori caldi e decisi della sua Calabria rimangono una componente irrinunciabile della sua pittura che indaga senza pudore l’immaginario di un mondo arcaico intriso di mistero, in cui domina e si impone una componente metafisica ed enigmatica che arriva a trascendere il puro visibilismo della figurazione. In una dimensione mitica l’artista si scopre sciamano di quella spiritualità mediterranea, così commista di paganesimo e religiosità, che trova la sua radice culturale nell’archetipo della Madre Terra. Pittore e scultore italiano nato a Gioia Tauro nel 1943. Dal 1963 vive ed opera a Milano. È un artista poliedrico ed eccentrico, tanto da demistificare continuamente il potere. 

Mostre
ive ed opera a Milano. È un artista poliedrico ed eccentrico, tanto da demistificare continuamente il potere. Grandi storici dell’arte di fama internazionale gli hanno dedicato numerose pubblicazioni: Pierre Restany, Gregory Battcock, Michel Tapiè, Thomas M.Messer, Carlo Franza, Giulio Carlo Argan, Luigi Carluccio, Franco Passoni, Rossana Bossaglia, Caterina Coluccio, Bruno Zevi, Dino Buzzati, Silvio Ceccato, Genevieve Olivier, William Zimmer, Gabriele Mandel, Luca Beatrice e Francesco Gallo. È titolare della prima cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. È stato titolare della prima Cattedra di Pittura all’ Accademia di Belle Arti di Venezia ed ha anche insegnato nelle Accademie di Catania, Macerata, Reggio Calabria e Carrara. Ha inoltre tenuto incontri e conferenze in prestigiose istituzioni italiane ed estere come alla New York University, alla Università IULM di Milano, alla Fondazione Verdiglione di Milano, al centro di Psicologia Integrata di Milano. Ha esposto tra l’altro alla Bonino Gallery di New York, alla Biennale di Venezia, al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, Al Palazzo della Permanente di Milano, al Grand Palais di Parigi ed in altre innumerevoli gallerie pubbliche e private in Europa e negli Usa.