lunedì 3 gennaio 2022
Giovan Francesco Gonzaga
lunedì 13 dicembre 2021
Andy Warhol
http://www.brundarte.it/2019/12/06/picasso-lodola-mostra-arte-moderna-contemporanea-brindisi/
Le opere di Andy Warhol in Mostra a Brindisi
domenica 22 agosto 2021
Giorgio De Chirico
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Oreste e Pilade
il guanto rosso "F"
Giorgio De Chirico nasce il 10 luglio
1888 a Volos, capitale della Tessaglia (Grecia). Secondogenito di tre fratelli
è figlio di un ingegnere ferroviario e di una nobildonna genovese. Morta la
sorella Adele ancora in tenera età, gli altri due figli rivelano presto una
forte disposizione artistica: Giuseppe Maria Alberto Giorgio de Chirico (questo
il suo nome completo) viene colto dalla Musa della pittura mentre Andrea da
quella della musica, anche se poi quest'ultimo, con gli anni, si è dimostrato
uno degli artisti più versatili della storia patria, cimentandosi nei più
svariati campi dell'arte con lo pseudonimo di Savinio.
Suoi alcuni fondamentali romanzi del
Novecento italiano (come "Hermaphrodito" o "Ascolto il tuo
cuore, città", "Narrate uomini la vostra storia" e "Casa
"La Vita"), mentre le sue partiture possono tranquillamente essere
dimenticate (ricordiamo i balletti "Perseo", su soggetto di M.
Fokine, "Ballata delle stagioni", "La morte di Niobe" e
"La vita dell'uomo", tutti su soggetto proprio).
Tornando a Giorgio, in questi anni,
assecondato dal padre nella passione per l'arte, prende le prime lezioni di
disegno dal pittore greco Mavrudis poi si iscrive all'Istituto Politecnico di
Atene che frequenterà per un breve periodo (un paio di anni). Nel 1905 muore il
padre, il tenero e sempre presente sostenitore delle sue inclinazioni. La
ferita non sarà facile da rimarginare e, anzi, tempo dopo al pittore maturo
capiterà spesso di rievocarne con commozione la figura e il bel rapporto.
Rimasto solo con madre e fratello, si
trasferisce a Monaco per continuare gli studi. Qui è attratto irresistibilmente
dal disegno grafico, assai visionario, di Alfred Kubin nonché dalla pittura dei
simbolisti Arnold Boecklin e Max Klinger. Ma l'arte non rimane il suo esclusivo
campo di interesse. Si apre invece alla letteratura e alla filosofia di cui
comincia a leggerne alcuni esponenti fondamentali. In particolare rimane
affascinato dal pensiero di Schopenhauer e di Nietzsche, così come da quello di
Weininger (la cui opera è una vera e propria "metafisica del sesso",
il cui scopo è quello di gettare le basi per l'avvento di una nuova
spiritualità); tutti questi elementi assumono un'importanza radicale nella poetica
dell'artista (l'influenza di Boecklin e di Nietzsche è ravvisabile nel dipinto
"La battaglia dei Centauri e dei Lapiti").
Nel 1910, torna in Italia con la madre
che lo accompagna prima a Milano poi a Firenze; Andrea invece parte per Parigi.
A Firenze subisce l'influenza di Giotto e della pittura primitiva toscana,
orientandosi verso un disegno ricco di impianti prospettici e di costruzioni a
forma di arcate. Nel suo pellegrinaggio artistico giunge anche a Torino, che lo
colpisce non solo per essere stata la città degli ultimi anni di Nietzsche, ma
anche per la severità della sua linea architettonica.
Sul piano artistico si fanno invece
strada le prime coordinate stilistiche del De Chirico più conosciuto. Dopo
lungo rovello interiore, l'artista perviene alla conclusione che l'arte debba
"creare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l'arte dal comune
e dall'accettato... sopprimere completamente l'uomo quale guida o come mezzo
per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura
una volta per tutte dall'antropomorfismo... vedere ogni cosa, anche l'uomo,
nella sua qualità di cosa". In pratica, il manifesto condensato della
pittura Metafisica, che in questa fase, sul piano delle produzioni, appare solo
abbozzata.
Stanco di Torino raggiunge Alberto
Savinio a Parigi dove riceve gli apprezzamenti di un altro
"outsider", Guillaume Apollinaire. Grazie all'interessamento del
fratello viene presentato a Pierre Laprade, membro della giuria del Salon
d'Automne, per il quale espone tre opere: "Enigma dell'Oracolo",
"Enigma di un pomeriggio" e "Autoritratto". Nello stesso
anno, in occasione dell'esposizione di altre tre sue opere al Salon des
Indépendants viene notato da Pablo Picasso grazie al quale stringe
amicizia con Brancusi, Braque, Jacob, Soffici, Léger e Derain. Apollinaire organizza
nell'atelier dell'artista una mostra di trenta opere e recensisce De Chirico su
"L' intransigeant" utilizzando il termine "metafisico".
Allo scoppio della prima guerra mondiale,
Giorgio e Andrea rientrano in Italia per arruolarsi nell'esercito: Andrea parte
per la Grecia mentre Giorgio è ricoverato per disturbi nervosi all'ospedale
psichiatrico di Ferrara dove resterà fino alla fine del conflitto. Il paesaggio
urbano ferrarese è fondamentale per la definitiva impronta metafisica, in cui
prende corpo il suo peculiare stile caratterizzato da gli scenari irreali e
misteriosi, all'insegna di una solitudine sospesa e allucinatoria. I suoi
quadri rappresentano magari semplici e disadorne piazze, dove si materializzano
oggetti che vivono di una luce propria, estrapolati dalla dimensione banale e
utilitaria dell'esistenza rivivono nel quadro come segni assoluti di memoria e
nello spazio mentale del quadro si assemblano con lo stesso non senso in cui si
vive la realtà del sogno: l'unica che può giustificare la riduzione dell'uomo a
cosa, a manichino, a statua di marmo, a silhouette, privi di qualsiasi identità
che non sia la pura apparizione metafisica.
Nel 1916 dipinge i suoi celebri
"Ettore e Andromaca" e "Le Muse inquietanti" e frequenta l'ambiente artistico di Ferrara:
conosce Filippo De Pisis ed inizia una corrispondenza con Carrà, che conoscerà
durante il ricovero. Carrà rimane affascinato dal mondo poetico e dai temi
artistici di De Chirico, dipingendo una serie di opere di chiara matrice metafisica.
Le coordinate di questo tipo di pittura sono anche esposte di li a poco sulla
rivista "Valori Plastici" diretta da Mario Broglio; intanto Andrè
Breton ne parla in modo entusiasta sulla rivista francese
"Littérature"; incidendo quindi, di riflesso, sul gusto dei pittori
surrealisti.
L'attività espositiva è intensa e vi
affianca anche quella come scenografo: nel 1929 esegue, ad esempio, scene e
costumi per i balletti di Diaghilev a Parigi, illustra i
"Calligrammes" di Apollinaire e "Mythologies" di
Cocteau.
Nel 1935 è chiamato negli Stati Uniti
dove rimane fino al 1936 con la compagna Isabella Far, cui resterà legato fino
alla morte. Nel 1937 è costretto a spostarsi tra Milano, Parigi, Londra,
Firenze, Torino e Roma dove espone per la seconda volta alla Quadriennale. Nel
1945 pubblicherà "Commedia dell'arte moderna" e "Memorie della
mia vita". Due anni dopo si stabilisce definitivamente a Roma in Piazza di
Spagna.
Giunto ormai al termine della sua vita,
continua incessantemente a dipingere con maggiore passione: "Per le
emulsioni e il mio olio emplastico, che possano dare alla materia della mia
pittura sempre maggiore trasparenza e densità, sempre maggior splendore e
fluidità, io mi perdo in sogni bizzarri davanti allo spettacolo della mia
pittura e mi sprofondo in riflessioni sulla scienza della pittura e sul grande
mistero dell'arte". Nel 1969 viene pubblicato il primo catalogo delle
sue opere grafiche, nel 1971 di tutte le sue opere; nel 1970 espone al Palazzo
Reale di Milano, nel 1972 a New York, nello stesso anno Parigi lo nomina membro
dell'Accademia di Belle Arti e gli dedica un esposizione; qui parlerà ancora
una volta della sua pittura confrontando quella del periodo metafisico che
definirà "Pittura inventata e poetica" da quella successiva
"La vera pittura, la pittura di qualità, la pittura realista",
dichiarerà di seguire la tecnica dei maestri del Rinascimento pur restando
"indipendente".
Giorgio De Chirico si spegne a Roma il
20 novembre 1978, onorato dai critici di tutto il mondo. La sua arte, questo è
certo, rimarrà consacrata nell'Olimpo dei maestri dell'arte del '900.
lunedì 5 ottobre 2020
Gian Rodolfo D'Accardi
http://www.brundarte.it/2019/12/06/picasso-lodola-mostra-arte-moderna-contemporanea-brindisi/

(Palermo, 9 giugno 1906 – Varese, 1993)
Ha frequentato i corsi dell'Accademia di Brera, lavorando contemporaneamente come impiegato presso una banca.
Nel 1930 esordisce come pittore esponendo ad una mostra organizzata dall'Università Popolare di Milano e da questo momento partecipa anche a numerose mostre Sindacali ed alle esposizioni della Permanente, conoscendo le prime significative affermazioni.
Le sue opere sono inoltre presenti in diverse edizioni della Quadriennale romana a partire dal 1939, ad alcuni Premi Bergamo, dove nel 1941 espone Cavalcata nel bosco, e alla prima Biennale di Venezia del dopoguerra (1948, come Artista Italiano di punta).
Dal 1959 al 1960 vive e lavora a Cernobbio intensificando l'attività espositiva, scandita da numerose mostre personali tenute e Milano, Roma, Genova e Lugano.
Il suo repertorio spazia dal ritratto alla natura morta e comprende alcune fortunate composizioni dedicate al tema delle maschere.
Ma è soprattutto il paesaggio a documentare l'evoluzione stilistica del pittore, che dall'iniziale componente naïf di Nevicata in Brianza (1939) giunge ad esiti non figurativi nelle opere degli anni Sessanta e Settanta.
La pittura di D'Accardi si muove in una dimensione "visionaria", di vaga ascendenza espressionista, vicina, per alcuni aspetti, a quella favolosa di Franz Marc.
L'intera sua opera risulta sostanzialmente omogenea, sia sul piano dei contenuti sia su quello dello stile.
Il suo metodo di lavoro è postimpressionistico, ma la sua pittura può considerarsi estranea ad ogni schema mentre risente delle più moderne esperienze.
D'Accardi si esprime con colori vivaci e armoniosi e con forme fantasiose, talvolta suggerite dal suo estro, talaltra dettate da una sincera passione.
L'artista, profondamente religioso, esprime con piena autonomia di linguaggio e intensità poetica la sua particolare visione del mondo in composizioni pervase di ancestrale sacralità anche quando non sono opere di soggetto specificamente religioso.
mercoledì 19 agosto 2020
Marcello Scuffi
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Ha mostrato la sua passione per il disegno e la pittura ancora giovanissimo.
Fin dall’inizio della sua attività artistica è apparso in varie collettive e in numerose personali.
Le sue opere sono apprezzate non solo in Italia, ma anche all’estero, in particolare in Francia, in Belgio e in Svizzera.
Le sue ultime grandi mostre personali si sono tenute in importanti musei e prestigiose sedi istituzionali.
lunedì 12 agosto 2019
Alberto Salietti
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lunedì 17 giugno 2019
Enrico Baj
Protagonista delle Avanguardie degli anni Cinquanta e Sessanta, accanto a Fontana, Jorn, Manzoni, Klein, Baj ha stretto rapporti con Max Ernst, Marcel Duchamp, E. L. T. Mesens, e altri artisti del gruppo CoBra, con il Nouveau Réalisme, il Surrealismo e la Patafisica.
Nel 1951 Baj fonda a Milano, con Dangelo e Dova, il "Movimento Nucleare"; nel 1954, in opposizione alla sistematica ripetitività del formalismo stilistico, dà vita con Asgern Jorn al "Mouvement International pour une Bauhaus Imaginiste” contro la forzata razionalizzazione e geometrizzazione dell'arte.
I collages policromatici e polimaterici pervasi da una vena giocosa ed ironica, costituiscono l’icona della vena satirica dell'artista milanese: lo smembramento delle forme per esprimere la deflagrazione della materia e dell'immagine.
L’opera di Baj si articola per periodi, tutti improntati all'ironia dissacratoria e al rinnovamento dell'espressività: filoni ludici e giocosi come ne "Gli specchi, i mobili, i meccani, le dame, le modificazioni, i d’apres" si integrano con la denuncia della violenza e del degrado.
Dalle prime figurazioni del Periodo Nucleare (1951) manifesta un grosso impegno contro ogni tipo di aggressività che, attraverso i grotteschi collages “I Generali (1959)” e "Le parate militari", approda a tre grandi opere: "I funerali dell’anarchico Pinelli" (1972), "Nixon parade" (1974) e "L’Apocalisse" (1979).
Con "Epater le robot" (1983) e "Manichini" (1984-87) Baj accentua la critica alla contemporaneità e all’uso indiscriminato delle tecnologie, mentre con "Metamorfosi e metafore" (1988), "Mitologia del Kitsch" (1989) e "Il giardino delle delizie" denuncia la corruzione del gusto generata dalla cultura del prodotto industriale.
Nel 1993 inizia il ciclo delle "Maschere tribali, dei "Feltri" e dei "Totem. Il 1999 è caratterizzato dai 164 ritratti dei Guermantes tratti dalla Recherche di Proust.
L’accostamento di pittura e letteratura ha sempre costituito per Baj fonte di inesauribile ispirazione.
I rapporti con poeti e letterati italiani e stranieri sono testimoniati da una serie di cinquanta libri d’artista, corredati da stampe e multipli, che vanno dalle opere di poeti dell’antichità classica come Lucrezio, Marziale, Tacito ed autori via via più vicini, tra i quali: Lewis Carrol, John Milton, André Breton, Edoardo Sanguineti, Roberto Sanesi, Umberto Eco, Alda Merini.
Memorabili anche le sue incursioni nel mondo del teatro con le famose marionette realizzate per lo spettacolo "Ubu Roi" di Alfred Jarry del 1984.
Artista-intellettuale inquieto, Baj ha costantemente intrecciato l'attività creativa con la riflessione sull'arte.
Alla metà degli anni '50 collabora alle riviste "Il Gesto" e "Phases".
Ha pubblicato numerosi libri tra i quali “Patafisica”, “Automitobiografia”, ”Impariamo la pittura”, “Fantasia e realtà” con Guttuso, “Ecologia dell'arte”.
Ha collaborato, soprattutto nel corso degli anni Ottanta, con importanti giornali e riviste, come “Il sole 24 ore” e il “Corriere della sera”. Ha esposto nei maggiori musei e gallerie del mondo.
Enrico Baj muore a Vergiate (Varese) il 16 giugno 2003.













